3 Generations – Una recensione sull’assenza della figura paterna

Ricordo quando una decina di anni fa, dopo l’ennesimo film poiana, la comunità omosessuale accolse con sollievo la decisione del cinema di cominciare a regalarci i primi film con happy ending. 3 Generations – Una famiglia quasi perfetta, l’orrida traduzione di un film uscito in America con il più delicato titolo di About Ray, si fa carico di trasporre una storia di transessualità tramite un film commedia. Credo che la comunità LGBT+, pur senza scordare chi ha combattuto, sofferto e a volte è morto per permetterci di vivere con serenità le nostre vite, abbia in questo momento bisogno di positività, rassicurazioni e fiducia nel futuro e nei cambiamenti che stanno avvenendo intorno a noi. Credo che i più giovani abbiano il diritto di sapere che essere felici si può e si deve. Che magari sarà un pelo più difficile, ma non solo è possibile, è anche e soprattutto doveroso.

3 Generations racconta la storia di Ray, (Elle Fanning), un ragazzo di 16 anni nato in un corpo femminile che non sente ovviamente come proprio. Con la determinazione di chi sa chi è e cosa vuole, Ray deciderà di intraprendere il trattamento ormonale. Questa sua decisione metterà a soqquadro la già complicata routine del suo nucleo familiare composto dalla nonna lesbica (Susan Sarandon), la sua compagna e la mamma single (Naomi Watts) a cui tocca l’arduo compito di rintracciare il padre biologico di Ray per ottenere il consenso legale al trattamento.

La protagonista e il registra riescono bene nel compito di comunicare il disagio che si prova a nascere in un corpo che non ci rispecchia e a non venir visti dagli altri come noi ci vediamo dall’interno. E se i bulli si possono affrontare, la ragazza che ti piace che guardando il tuo occhio nero ti dice <Te lo ha fatto un ragazzo? È da vigliacchi picchiare una ragazza.> ti fa crollare letteralmente il mondo addosso.

Susan Sarandon ci regala le uniche battute del film che fanno ridere e, nei panni della lesbica d’esperienza, risulta sicuramente molto affascinante. Anche il rapporto tra Naomi Watts e il figlio convince e commuove, mettendo in scena le debolezze e le paure di una madre che vorrebbe solo vedere il figlio felice.

Ma la vera star di 3 Generations, quella che buca lo schermo e che ti rimane in testa anche dopo l’uscita dalla sala è lei: l’assenza della figura paterna. In questa piccola società matriarcale regna il caos, gli adulti sono in preda alla confusione più totale, la madre blatera di peni all’indentro, la nonna è ritratta nel 90% delle scene con un bicchiere di scotch in mano e l’unica persona sana di mente è Ray che, come se non avesse abbastanza cose a cui pensare, viene coinvolto in questo delirio al femminile. Nel film viene più volte sottolineato come, sia la nonna che la madre che Ray, non abbiano avuto un padre e, nonostante il regista si affanni a precisare che Ray non è così per questo (è tante altre cose per questo, ma non così) è sgradevole notare che la serenità nel nucleo familiare ritorna solo dopo il ricongiungimento con il padre.

Insomma, un film che sicuramente aveva delle buone intenzioni e che, in linea teorica, aveva tutte le carte in regola per portare una ventata di aria fresca nel modo di raccontare la transessualità. Purtroppo questa accozzaglia di situazioni e la voglia, forse, di voler trattare troppo temi contemporaneamente ha portato a non sviscerarne nessuno e a creare confusione e non-sense a iosa.

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